Cassazione Civile - sezioni unite n.4732 del 28.2.2108 - Disciplinare magistrato -
 Illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. a) e g),

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 10-10-2017) 28-02-2018, n. 4732  

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato - Primo Presidente aggiunto -

Dott. DI AMATO Sergio - Presidente di sez. -

Dott. AMOROSO Giovanni - Presidente di sez. -

Dott. MANNA Antonio - Consigliere -

Dott. D'ASCOLA Pasquale - Consigliere -

Dott. DE CHIARA Carlo - rel. Consigliere -

Dott. DE STEFANO Franco - Consigliere -

Dott. CIRILLO Francesco Maria - Consigliere -

Dott. FALASCHI Milena - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14360-2017 proposto da:

I.B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA APPENNINI 60, presso lo studio dell'avvocato CARMINE DI ZENZO, rappresentato e difeso dall'avvocato GIANFRANCESCO IADECOLA;

- ricorrente -

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

- intimati -

avverso la sentenza n. 45/2017 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, depositata il 03/05/2017;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/10/2017 dal Consigliere Dott. CARLO DE CHIARA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA MARCELLO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l'Avvocato Gianfrancesco Iadecola.

Svolgimento del processo

1. La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha inflitto al dott. I.B.A. la sanzione disciplinare della Censura per l'illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1, e art. 2, comma 1, lett. a) e g), avendo accertato che il magistrato, quale giudice del Tribunale di Chieti delegato alla procedura fallimentare pendente nei confronti dei sig.ri D.L.A. e S.S., aveva adottato, su sollecitazione dei falliti, per errore macroscopico e grave e inescusabile negligenza, un provvedimento di modifica dello stato passivo della procedura già dichiarato esecutivo anni prima, per di più demandando la nuova verifica dei crediti già ammessi a un consulente tecnico di ufficio, poi remunerato con un compenso liquidato in 47.160 Euro.

1.1. Il giudice disciplinare ha derubricato a violazione dell'art. 2, comma 1, cit., lett. f, l'originaria contestazione di violazione della lett. m) della medesima disposizione, avendo escluso - sulla scorta della relazione 9 marzo 2016 del Presidente del Tribunale, in cui si dava atto che nessun creditore era insorto contro la modifica dello stato passivo - la sussistenza di danni patrimoniali eccedenti il generico danno subito dai creditori "a seguito della riapertura della procedura" ed integrato dal prolungamento della procedura stessa, dalle ulteriori spese sostenute dai creditori per i reclami e dalla ritardata liquidazione dell'immobile compendio del fallimento; ha negato l'applicazione dell'esimente della scarsa rilevanza del fatto, ai sensi dell'art. 3 bis D.Lgs. cit., "in considerazione della effettiva lesione dei beni giuridici presidiati dalla norma incriminatrice disciplinare"; ha escluso, infine, l'addebito di violazione dell'art. 2, comma 1, cit., lett. o, in relazione alla nomina del consulente tecnico di ufficio, avendo questa ad oggetto l'espletamento di attività di calcolo da parte di un commercialista.

2. Il dott. I.B. ha proposto ricorso per cassazione con quattro motivi.

Non vi sono difese di controparte.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di legge, si censura l'accertamento del concorso degli illeciti previsti sia al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, lett. a) che alla lett. g) mentre era configurabile il solo illecito di cui alla lett. g), avente carattere di specialità.

1.1. Il motivo è infondato.

Le fattispecie di illecito disciplinare previste, rispettivamente, dal D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, comma 1, lett. a) e g) - che sanzionano, l'una, la violazione dei doveri di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio e rispetto della dignità della persona che arrechi ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti, e l'altra la grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile - non sono tra loro in rapporto di specialità, potendo sussistere tanto gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza inescusabile che non arrecano danno ingiusto o indebito vantaggio ad una delle parti, ma che comunque compromettono il bene giuridico (l'immagine del magistrato) a tutela del quale è diretta la previsione di ogni illecito disciplinare di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, quanto, simmetricamente, violazioni dei doveri imposti al magistrato che non si traducono in gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza inescusabile ed arrecano, tuttavia, ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti. Ne consegue che, quando un'unica condotta del magistrato ricada nella sfera di applicazione di entrambe le norme, ricorre un'ipotesi di concorso formale di illeciti disciplinari, tutti astrattamente sanzionabili (Cass. Sez. U. 11/03/2013, n. 5943; 22/04/2013, n. 9691).

2. Con il secondo motivo, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all'illecito di cui all'art. 2, comma 1, lett. a), cit., si censura l'accertamento del danno ingiusto conseguente alla condotta dell'incolpato. Si lamenta l'apoditticità e illogicità dell'affermazione secondo cui, pur essendo da escludere la sussistenza di danni patrimoniali per i creditori, nessuno dei quali era insorto avverso la modifica dello stato passivo, tuttavia sussisteva un "generico danno ai creditori a seguito della riapertura della procedura". Tale danno, secondo il ricorrente, non poteva essere identificato nelle ulteriori spese sopportate dai creditori per i reclami, dato che il Presidente del Tribunale aveva invece attestato non esservi stati reclami dei creditori; o nel protrarsi della procedura o della liquidazione dell'immobile, che non avevano subito alcuna sospensione - del resto non prevista dalla legge - per effetto della revisione dello stato passivo.

2.1. Il motivo è infondato.

La Sezione disciplinare non ha escluso del tutto un danno per i creditori; ha soltanto escluso che vi sia stata "lesione in modo rilevante" dei diritti patrimoniali dei medesimi, tale da integrare la fattispecie di illecito di cui alla lett. m) del più volte richiamato art. 2, comma 1, ed ha ammesso, invece, la sussistenza di un danno generico per la massa conseguente alla riapertura dello stato passivo.

Tale ultima affermazione non può essere considerata apodittica o immotivata, considerato che è pacifico quantomeno l'esborso di 41.160 Euro per l'esecuzione della consulenza tecnica contabile nell'ambito della inammissibile procedura di revisione dello stato passivo già approvato. La circostanza che il giudice disciplinare abbia escluso che l'espletamento di quella consulenza integrasse gli estremi dell'ulteriore illecito di cui all'art. 2, comma 1, lett. o cit., non toglie che la consulenza medesima - con la relativa spesa - non doveva essere espletata, in quanto si inseriva in un procedimento di revisione dello stato passivo illegittimo in se stesso.

Tanto basta a giustificare l'affermazione della sussistenza di un danno ingiusto per le parti, sicchè le critiche rivolte all'accertamento degli ulteriori profili di danno individuati dalla sentenza impugnata sono prive di decisività.

3. Con il terzo motivo si lamenta, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all'illecito di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. g che la Sezione disciplinare non abbia tenuto conto, ai fini dell'accertamento della gravità della violazione di legge e della inescusabilità dell'errore, di quanto dedotto a propria discolpa dal ricorrente, il quale aveva evidenziato di essersi risolto a riaprire la verifica dello stato passivo essendo sopravvenuta alla sua chiusura la L. 7 marzo 1996, n. 108, che aveva introdotto il divieto di anatocismo e fissato un criterio di determinazione degli interessi usurari; sicchè, sollecitato da un'articolata istanza dei falliti e dallo stesso curatore fallimentare, aveva ritenuto di provvedere in quel senso per esigenze di equità e di giustizia sostanziale.

3.1. Il motivo è infondato perchè le intenzioni dell'incolpato nulla tolgono alla obiettiva gravità della violazione di legge e alla inescusabilità dell'ignoranza o negligenza che l'hanno determinata, correttamente accertate dal giudice disciplinare sul rilievo della pacifica giurisprudenza che afferma la irretrattabilità, salvo soltanto eventuali opposizioni, dello stato passivo dichiarato esecutivo dal giudice delegato.

4. Con il quarto motivo viene denunciato il carattere solo apparente e manifestamente illogico della motivazione riguardante il diniego di applicazione dell'esimente della scarsa rilevanza del fatto, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis argomentata come segue nella sentenza impugnata: "... non potendosi affermare la scarsa rilevanza del fatto in considerazione della effettiva lesione di beni giuridici presidiati dalla norma incriminatrice disciplinare, nè può portare all'applicazione dell'art. 3 bis la circostanza che la scarcerazione sia avvenuta solo dopo l'istanza di parte". Ad avviso del ricorrente, la lesione dei beni tutelati è soltanto dichiarata, ma non argomentata con riferimento alle specifiche circostanze del caso, mentre è del tutto inconferente e incomprensibile il richiamo, estraneo alla materia fallimentare, a una scarcerazione disposta a istanza di parte. Per converso, la motivazione non tocca affatto l'aspetto della compromissione dell'immagine del magistrato, oggetto invece della tutela approntata dalla norma disciplinare applicata e nella specie insussistente, atteso che l'azione disciplinare era stata esercitata a seguito di un esposto inviato al Ministero della Giustizia da una persona che si doleva dell'eccessiva durata procedura fallimentare facendo salvo, tuttavia, proprio il comportamento tenuto dal dott. I.B., e che nessun creditore si era in alcun modo doluto di quest'ultimo.

4.1. Il motivo è infondato.

Il riferimento alla scarcerazione è, all'evidenza, frutto di un refuso e non incide sulla ratio decidendi, chiaramente consistente nella lesione di beni protetti dalla norma disciplinare. A proposito della quale è assorbente il richiamo a quanto già osservato riguardo al danno economico per la massa costituito dall'ingiusitifcato aggravio di spese di consulenza tecnica per l'inammissibile revisione dello stato passivo.

5. Il ricorso va in conclusione respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 10 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2018